🌸Buongiorno Readers! 📚❤️
Oggi torno a farvi compagnia con un nuovo appuntamento di “Scrittori in evidenza”, la rubrica dedicata agli autori e alle autrici che, attraverso le loro parole, riescono a portarci dentro mondi, emozioni e punti di vista capaci di lasciare qualcosa anche dopo aver chiuso un libro.
Questa volta voglio presentarvi una donna che ha scelto di mettere al centro la voce e le parole, prima ancora del volto.
Lei è Clara Riva, pseudonimo di una donna, madre, lavoratrice e counselor che ha deciso di non mostrarsi attraverso una fotografia, ma di lasciare che siano le sue storie, il suo modo di osservare le persone e la sua
scrittura a parlare per lei.E devo ammettere che già questa scelta mi ha incuriosita.
Clara osserva ciò che accade dentro le persone quando stanno con gli altri: i pensieri che si accavallano, le contraddizioni, le aspettative, le cose non dette e quei piccoli meccanismi che spesso continuiamo a ripetere anche quando pensiamo di averli ormai superati.
Il suo percorso come counselor ha affinato ancora di più questo sguardo, ma senza trasformare la sua scrittura in una diagnosi, in una terapia o in un manuale.
Clara racconta le persone.
Le osserva.
Le mette davanti alle proprie contraddizioni.
E lo fa con ironia e lucidità, riuscendo a parlare anche di situazioni molto reali senza appesantirle.
📖 Il suo primo libro si intitola Risolta con riserva, con il sottotitolo:
“Cerchi irrisolti, frittate raggirate e altre pratiche sentimentali.” 😏
Già dal titolo si capisce che non siamo davanti al classico romanzo sentimentale.
Clara stessa definisce il suo libro una sorta di “studio socio-antropologico sui disastri sentimentali”.
E questa definizione mi ha fatto sorridere, perché racchiude perfettamente quello che sembra essere uno degli elementi più particolari del suo modo di scrivere: osservare le relazioni con attenzione, ma senza prendersi troppo sul serio.
Nel suo mondo incontriamo figure come l’Uomo risolto, l’Uomo del Venerdì Prossimo, l’Uomo dei cerchi e il Raggiratore di frittate.
E poi c’è quel particolare “condominio cerebrale” nel quale abitano personaggi come Heidi, la Responsabile del Controllo Qualità e l’Opossum. 🧠🏠😂
Personaggi che diventano quasi delle voci interiori, capaci di rappresentare pensieri, reazioni, speranze e contraddizioni.
Ma dietro l'ironia c'è qualcosa di molto più profondo.
Perché Risolta con riserva parla anche di relazioni, amicizia, maternità, lavoro e dell'essere donna.
Parla di quella continua ricerca di equilibrio tra ciò che siamo, ciò che desideriamo e ciò che spesso pensiamo di dover essere.
E soprattutto mette in discussione una parola che usiamo tantissimo: “risolta”.
Perché forse essere una persona risolta non significa avere tutte le risposte, non sbagliare mai o non cambiare più idea.
Forse significa imparare ad ascoltarsi, scegliere, cambiare strada quando serve e smettere di mettersi continuamente sotto processo.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che mi ha incuriosita di più di Clara e del suo libro.
🎤 Per conoscere davvero Clara, però, non voglio essere io a raccontarvela.
Ho avuto il piacere di farle alcune domande e le sue risposte mi hanno regalato una conversazione intensa, ironica e ricca di spunti.
Abbiamo parlato della scelta dello pseudonimo, del suo particolare condominio cerebrale, dell'ironia, del suo percorso come counselor, dell'essere donna, delle relazioni e di cosa significhi sentirsi davvero “risolti con riserva”.
Le risposte di Clara sono state molto più profonde e articolate di quanto possa raccontare in queste poche righe.
Quindi adesso mettetevi comodi, perché l'intervista comincia qui. ❤️📖
✍️ 1. Clara Riva è uno pseudonimo e hai scelto di non mostrare il tuo volto, mettendo al centro la voce e le storie. Quanto è stato importante, per te, creare questo spazio in cui l’autrice potesse esistere senza necessariamente essere associata alla persona?
CLARA: È stato fondamentale. Clara Riva sono io, ma lo pseudonimo non è un nascondiglio: è uno spazio di libertà. Alcune storie si riescono a scrivere con maggiore onestà quando si smette di preoccuparsi di chi
potrebbe riconoscere qualcosa o qualcuno. Lo pseudonimo mi ha permesso di raccontare ciò che mi
appartiene senza trasformare ogni storia in una caccia a chi si nasconda dietro ciascun personaggio. Anche
la scelta di non mostrare il volto nasce da qui: volevo che arrivassero prima la voce, le parole e le
contraddizioni; che chi legge potesse incontrare Clara senza essere condizionato dalla persona che le presta
la vita. Paradossalmente, questa distanza mi consente di espormi di più e forse, proprio perché non ha un
volto preciso, lascia al lettore più spazio per riconoscere qualcosa di sé.
🧠 2. Nel tuo libro la mente della protagonista diventa quasi un condominio abitato da personaggi come Heidi, il Responsabile del Controllo Qualità e l’Opossum. Da dove nascono queste “assemblee del condominio cerebrale” e quanto di loro appartiene al tuo modo di osservare le persone e le loro contraddizioni?
CLARA:Sono nati in maniera molto spontanea: erano già nella mia testa, io ho soltanto dato loro un nome
e li ho lasciati discutere. Ho sempre avuto una predisposizione a osservare gli altri nella loro interezza. La
mia formazione da counselor ha affinato questo sguardo, ma già prima prestavo attenzione non soltanto a
ciò che una persona raccontava, bensì al modo in cui lo faceva: alle parole scelte, all’atteggiamento, al
comportamento e alla distanza che decideva di mantenere dal proprio racconto. La stessa esperienza può
essere riferita restando completamente in superficie oppure scendendo in una zona molto più intima. A me
interessa anche, e soprattutto, quello spazio lì. Inevitabilmente, ho sempre rivolto la stessa attenzione
verso me stessa. Così, raccontando un episodio a un’amica, quando emergeva la mia parte più emotiva,
spensierata e fiduciosa nei confronti dell’umanità, mi capitava di dire: «Questa è proprio la Heidi che è in
me a parlare». L’Opossum è nato allo stesso modo, tra una confidenza e una risata: davanti a certe
situazioni sembrava non esistere altra strategia possibile se non quella dell’animale che, per sopravvivere,
si immobilizza e si finge morto. Inizialmente era una battuta; con il tempo è diventato il nome di una
reazione che riconoscevo davvero come mia. Il Responsabile del Controllo Qualità è invece la mia parte
razionale, da sempre molto presente, che tenta di riportarmi sui binari della logica. Ha un incarico piuttosto
ingrato: nella mia testa convivono mille pensieri, posso passare da un argomento all’altro in un secondo e
seguire collegamenti che, almeno all’inizio, risultano chiari soltanto a me. Lui prova a raccogliere tutto,
ricostruire i passaggi e rimettere ordine, spesso senza arrivare esattamente dove avrebbe voluto. Un
ordine, però, alla fine lo trovo quasi sempre. Non perché una di queste voci riesca a eliminare le altre, ma
perché, in qualche modo, riesco a farle combaciare. Solo dopo mi sono resa conto che queste figure
richiamavano anche ciò che avevo studiato: la dimensione emotiva, le risposte automatiche di
sopravvivenza e la parte razionale che organizza e attribuisce significato. Non sono nate dalla teoria; è stata
la teoria ad aiutarmi a comprendere perché fossero già lì. Nel libro ho semplicemente dato loro una voce e
convocato ufficialmente la prima assemblea di condominio.
❤️ 3. Dici chiaramente che Risolta con riserva non è un romance, ma uno “studio socio-antropologico sui disastri sentimentali”. Cosa ti ha spinto a raccontare le relazioni sentimentali proprio attraverso l’ironia e l’osservazione, invece di seguire i canoni più classici della narrativa romantica?
CLARA: Credo che la risposta più semplice sia che questo è esattamente il modo in cui guardo la realtà. In
me convivono una parte estremamente fiduciosa nell’umanità, spensierata, leggera e, in qualche modo,
romantica e innamorata dell’amore, e uno sguardo molto più disilluso. Questa disillusione, però, non nasce
dalle esperienze sentimentali: viene da molto più lontano, dalla mia storia personale e da alcune esperienze
di vita che hanno preceduto gli uomini. Nel romanzo al quale sto lavorando racconterò una parte
importante dell’infanzia di Clara e forse questo è già un piccolo spoiler: la sua ironia è nata molto prima dei
suoi disastri sentimentali. Probabilmente è anche per questo che non mi interessava raccontare l’amore
secondo i canoni più classici della narrativa romantica. Il centro del libro non è sapere se due persone si
sceglieranno, si perderanno o resteranno insieme, ma osservare ciò che accade dentro e tra loro: i
meccanismi che si attivano, gli incastri che si creano, ciò che ciascuno mostra, ciò che l’altro crede di vedere
e le ragioni per cui continuiamo a entrare in certe dinamiche anche quando pensiamo di averle comprese.
Definire Risolta con riserva uno “studio socio-antropologico sui disastri sentimentali” è naturalmente
ironico, ma è anche piuttosto preciso: Clara osserva gli altri, osserva se stessa e prende appunti sul campo,
con la consapevolezza di essere contemporaneamente la ricercatrice e uno degli esemplari più interessanti
dell’indagine.
🔎 4. La tua formazione come counselor sembra avere affinato molto il tuo sguardo sulle persone, ma hai scelto di non trasformare la narrativa in diagnosi, terapia o manuale. Come riesci a mantenere questo equilibrio tra ciò che hai imparato professionalmente e la libertà creativa della scrittura?
CLARA: In realtà non vivo la formazione da counselor e la scrittura come due dimensioni separate tra le
quali debba cercare continuamente un equilibrio. I miei studi mi hanno certamente aiutata a comprendere
alcuni meccanismi più in profondità, ma con il tempo sono diventati parte della mia impronta, del mio
modo di osservare, ascoltare e stare nel mondo. Quando scrivo, quindi, non applico consapevolmente una
teoria e non parto da un concetto che voglio dimostrare. Parto da ciò che vedo e sento: dalle parole, dai
comportamenti, dai rumori, dai movimenti dentro e fuori di me, e da quel flusso di pensieri che nella testa
di Clara passa continuamente da un punto all’altro, crea collegamenti, torna indietro e genera un apparente
caos. La scrittura è il luogo nel quale tutto questo trova una forma e, alla fine, anche un ordine. La mia
formazione mi permette forse di riconoscere meglio alcuni passaggi e di pormi domande più profonde, ma
non mi autorizza a trasformare un personaggio in una diagnosi o una storia in una seduta. Non mi interessa
spiegare al lettore chi ha ragione, che cosa dovrebbe fare o quale etichetta applicare a qualcuno. Preferisco
mostrare i meccanismi mentre accadono, lasciando intatte le contraddizioni e permettendo a chi legge di
riconoscere ciò che gli appartiene. Credo che la libertà creativa nasca proprio da questo: conoscere
abbastanza da poter andare in profondità, ma fermarsi prima di togliere alla storia la possibilità di parlare
da sola.
👩💼 5. Nel romanzo entrano relazioni, amicizie, maternità, lavoro e il complicato mestiere di essere donna. Qual è l'aspetto della quotidianità femminile che senti più spesso raccontato poco o raccontato in modo troppo “perfetto” rispetto alla realtà?
CLARA:Credo che venga raccontata ancora troppo poco la fatica invisibile di essere considerate, quasi
automaticamente, le persone incaricate di tenere insieme tutto. E credo che venga raccontata in modo
troppo perfetto una parità tra uomini e donne che, nella quotidianità, non abbiamo ancora realmente
raggiunto. Le donne lavorano, sono autonome e occupano ruoli che un tempo venivano loro preclusi, ma
continua a esistere un retaggio culturale secondo il quale saranno loro ad assorbire l’imprevisto, a
ricordare, organizzare, accudire e interrompersi. L’esempio più semplice è anche il più rivelatore: quando
un bambino sta male a scuola, ancora troppo spesso il primo numero che viene chiamato è quello della
madre. Non necessariamente perché in quella famiglia il padre sia assente o perché qualcuno stia
formulando consapevolmente un pensiero maschilista, ma perché l’automatismo collettivo suggerisce che il
lavoro del padre non vada disturbato, mentre il tempo della madre possa essere interrotto. E questo
automatismo viene riprodotto dalle istituzioni e, a volte, anche dalle stesse donne. Nel lavoro accade
qualcosa di simile: una donna deve dimostrare di essere competente nonostante una possibile maternità,
disponibile nonostante i figli, ambiziosa senza mai sembrare disinteressata alla cura. Spesso le viene
richiesto uno sforzo maggiore non per ottenere un privilegio, ma per arrivare allo stesso riconoscimento. Il
racconto più ingannevole è quello della donna contemporanea che può “avere tutto”, purché sappia
organizzarsi bene. In questo modo, però, uno squilibrio culturale viene trasformato in una responsabilità
individuale e, se qualcosa cede, sembra che sia stata lei a non essere abbastanza capace. Nel romanzo non
volevo raccontare una donna che riesce a conciliare tutto alla perfezione, ma una donna che prova
continuamente a negoziare tra ruoli, desideri, responsabilità e contraddizioni. Perché il punto non è più
dimostrare che le donne siano capaci di fare tutto: lo sappiamo già. Il punto è chiedersi perché continuiamo
ad aspettarci che lo facciano.
😂 6. Tra “Uomini del Venerdì Prossimo”, “Raggiratori di frittate” e cerchi sentimentali che non si chiudono, nel tuo libro l’ironia sembra diventare quasi una lente d’ingrandimento sulle nostre contraddizioni. Per te ridere di certe situazioni è un modo per alleggerirle o anche per riuscire finalmente a guardarle in faccia?
CLARA:Entrambe le cose, ma spesso in momenti diversi. Mentre siamo dentro un’esperienza dolorosa,
quella situazione può non avere assolutamente nulla di divertente. L’ironia arriva dopo, quando riusciamo a
fare un passo indietro e a guardare ciò che è accaduto senza esserne nuovamente travolti. Non cancella il
dolore, non ridimensiona la responsabilità degli altri e non trasforma retroattivamente una brutta
esperienza in qualcosa di piacevole: cambia la posizione dalla quale la osserviamo. Dare nomi come
“Uomini del Venerdì Prossimo” o “Raggiratori di frittate” è il mio modo di condensare un intero
meccanismo in poche parole e, nello stesso tempo, di sottrargli quella solennità che a volte gli abbiamo
attribuito mentre lo vivevamo. L’ironia diventa una lente d’ingrandimento perché mette in evidenza proprio
il dettaglio assurdo che rende visibile tutto il resto: una promessa continuamente rimandata, una realtà
capovolta, un cerchio che continua a sembrare profondo soltanto perché non si chiude mai. Ridere non
significa evitare di guardare; per me significa riuscire finalmente a farlo senza concedere a quella storia
tutto il potere che aveva prima. È anche un modo per alleggerire, certamente, ma alleggerire non vuol dire
essere superficiali. A volte è il solo modo per tenere tra le mani qualcosa che, fino a quel momento, ci
aveva schiacciati con il suo peso. Quando riesco a ridere di un’esperienza non significa che quell’esperienza
non mi abbia ferita: significa che non possiede più il monopolio del racconto. Non sono più soltanto la
persona alla quale quella cosa è accaduta. Sono diventata anche quella che può osservarla, nominarla,
raccontarla e riconoscere ciò che ha aggiunto alla persona che sono diventata. Per usare un’immagine del
libro, anche quell’esperienza è ormai entrata a far parte del mio aggiornamento del software.
🌱 7. La protagonista arriva a comprendere che essere risolta non significa smettere di sbagliare, ma imparare ad ascoltarsi, scegliere e persino cambiare idea senza processarsi. Quanto è cambiata Clara durante la scrittura e, soprattutto, quanto pensi che ogni lettore possa riconoscersi in questa idea di essere “risolti con riserva”?
CLARA: Clara è cambiata molto, ma non perché alla fine della scrittura sia diventata più brava, più forte o
finalmente immune dagli errori. È cambiato soprattutto il modo in cui guarda se stessa. Scrivere, del resto,
è uno degli strumenti più utilizzati sia nel counseling sia in psicoterapia, e non per caso. Mettere nero su
bianco pensieri, emozioni e sensazioni significa portarli fuori da sé e renderli osservabili; consente, in un
certo senso, di studiarsi e di scoprire collegamenti che, mentre si è immersi negli eventi, non si riescono
ancora a vedere. Per Clara sarebbe stato impossibile attraversare nuovamente tutte quelle storie e uscire
dal libro identica a come vi era entrata. All’inizio torna sulle proprie esperienze quasi con l’atteggiamento di
un pubblico ministero: cerca il punto esatto nel quale avrebbe dovuto capire, la frase che avrebbe dovuto
interpretare diversamente, il momento in cui avrebbe potuto evitare tutto ciò che è venuto dopo. Scrivere
l’ha costretta a rientrare in quelle storie senza modificarne i fatti, ma cambiando la domanda: non più
soltanto «Dove ho sbagliato?», bensì «Che cosa stavo cercando, proteggendo o sperando con gli strumenti
che avevo allora?». Ha capito che la consapevolezza non rende infallibili. Si può riconoscere perfettamente
una red flag e attraversare comunque la strada; la differenza è imparare ad ascoltarsi, assumersi la
responsabilità delle proprie scelte senza trasformarla in una condanna permanente e concedersi il diritto di
scegliere di nuovo. Anche cambiare idea non significa necessariamente rinnegare la persona che eravamo:
può voler dire riconoscere che oggi possediamo informazioni, confini e bisogni diversi. Credo che ogni
lettore possa riconoscersi proprio nella distanza tra ciò che sappiamo e ciò che, in un determinato
momento della vita, riusciamo davvero a fare. Essere “risolti con riserva” non significa essere risolti a metà
o aspettare una versione definitiva di noi stessi. Significa essere completi, ma non conclusi; abbastanza
solidi da sapere chi siamo e abbastanza liberi da poter cambiare. La riserva è quello spazio profondamente
umano nel quale possiamo continuare a sbagliare senza smettere di ascoltarci e, soprattutto, senza
trasformare ogni errore in un processo contro noi stessi.
📖 8. Risolta con riserva è il tuo primo libro e hai già un secondo romanzo in lavorazione. Senza spoilerare troppo, puoi raccontarci qualcosa di ciò che ti sta accompagnando nella nuova storia? E cosa speri che il lettore porti con sé dopo aver chiuso l’ultima pagina di un tuo libro?
CLARA: Il secondo romanzo parte da una domanda molto semplice soltanto in apparenza: che cosa accadrebbe se Clara incontrasse l’uomo giusto? Non l’uomo perfetto, perché la perfezione non mi interessa e, soprattutto, non appartiene alle relazioni reali. L’uomo giusto per Clara e, contemporaneamente, Clara giusta per lui. Anche questa storia non sarà un romance nel senso più classico del termine. Mi interessa osservare e raccontare i meccanismi di una relazione sana, mostrando che “sana” non significa priva di conflitti. Esistono gli scontri, le discussioni, le opinioni diverse e due modi di ragionare che non sempre procedono nella stessa direzione. Una relazione sana non elimina la complessità di due persone che si incontrano e provano a fare spazio l’una all’altra: cambia il modo in cui quella complessità viene vissuta. Dopo aver chiuso l’ultima pagina di un mio libro, mi fa certamente piacere che il lettore possa essersi riconosciuto in Clara, ma ciò che mi interessa ancora di più è che porti con sé qualche domanda. Non vorrei suggerirgli che cosa avrebbe dovuto fare la protagonista, ma lasciarlo a chiedersi: «Io, al suo posto, che cosa avrei fatto? Che cosa avrei detto? Come mi sarei comportato?». Se una storia riesce a spostare anche solo per un momento lo sguardo di chi legge da Clara verso se stesso, allora ha continuato a esistere oltre la sua ultima pagina.
❤️E siamo arrivati alla fine di questa bellissima chiacchierata.
Voglio ringraziare di cuore Clara Riva per il tempo che mi ha dedicato, per essersi raccontata attraverso le sue risposte e soprattutto per aver condiviso con me e con voi Readers una parte del suo mondo fatto di ironia, osservazione, domande e tante piccole contraddizioni che, forse, appartengono un po' a tutti noi.
È stato davvero interessante scoprire cosa si nasconde dietro Risolta con riserva e conoscere la donna e l'autrice che hanno dato vita a questo particolare universo narrativo.
A Clara auguro di continuare a dare voce alle sue storie e a quelle “assemblee” che, dentro la sua testa, sembrano avere sempre qualcosa da dire. 🧠🏠❤️
E naturalmente grazie anche a voi, Readers, per essere arrivati fino alla fine di questa intervista, per aver letto, condiviso e dedicato un po' del vostro tempo a conoscere Clara e il suo mondo.
Come sempre, vi aspetto nei commenti: fatemi sapere cosa ne pensate dell'intervista e quale risposta di Clara vi ha colpito maggiormente. 💬📚
Alla prossima intervista e, soprattutto, alla prossima storia! ❤️
Un abbraccio dalla vostra veroBook. 📖✨


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