Quando la scrittura diventa un ponte per chi resta...
Ci sono interviste che fai per parlare di un libro.
E poi ce ne sono altre che fai perché senti che dietro quelle pagine c’è qualcosa che merita ascolto.
Incontrare Morena Terenzi è stato così. Una conversazione sincera, senza pose, in cui la scrittura non viene raccontata come ambizione ma come necessità. Morena non arriva da un percorso letterario classico: è una professionista di un altro settore, razionale per mestiere, ma profondamente emotiva per natura. La scrittura è entrata nella sua vita in seguito a una perdita
improvvisa, come un gesto di sopravvivenza emotiva, uno spazio intimo che si è aperto quando tutto il resto sembrava tacere.Scrivere, mi ha raccontato, è diventato un ponte: verso la memoria, verso se stessa e verso gli altri. Un modo per dare voce a ciò che spesso non trova parole e per restare accanto a chi resta.
Con I girasoli di Rebecca, Morena Terenzi ha dato inizio al suo percorso letterario. Un racconto breve, delicato e luminoso, che non parla di perdita ma di ciò che continua a vivere nonostante l’assenza. È una storia che attraversa il dolore senza urlarlo, trasformandolo in memoria viva, fatta di immagini sospese, piccoli gesti e una presenza che non smette di brillare.
Un libro che accarezza più che narrare, che consola senza promettere, pensato per chi porta nel cuore qualcuno che non può più toccare, ma può ancora sentire.
Oltre a questo racconto, Morena ha pubblicato diversi testi in antologie di narrativa e crime, ricevendo premi e menzioni speciali. In tutte le sue storie ritorna lo stesso filo: l’umanità autentica, la gentilezza che non è debolezza, la luce che nasce dalle crepe.
Ma adesso passiamo all’intervista
- Hai definito la scrittura un atto di sopravvivenza emotiva. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che scrivere non era più una scelta, ma una necessità?
Morena: Sì. È successo quando il silenzio ha iniziato a fare più rumore delle parole. Scrivere è arrivato quando non sapevo più dove mettere il dolore, quando il corpo reggeva ma l’anima no. In quel momento ho capito che non stavo scegliendo di scrivere: stavo cercando di restare viva.
- Arrivi da un mondo professionale razionale, lontano dalla letteratura. Cosa ti ha sorpresa di più nello scoprire “di avere una penna” proprio nel momento più fragile della tua vita?
Morena: Mi ha sorpresa scoprire che la fragilità non mi toglieva forza, ma me la restituiva in un’altra forma. Pensavo che scrivere fosse un atto di controllo, invece è stato un atto di resa. La penna è arrivata quando ho smesso di spiegarmi e ho iniziato a sentire.
- I girasoli di Rebecca nasce dal dolore, ma non parla di perdita. È stata una scelta consapevole o è la storia che ha deciso per te di andare verso la luce?
Morena: È stata la storia a decidere. Io non ho mai voluto raccontare una fine. Rebecca non è mai diventata un’assenza: è rimasta una presenza. Il libro non cerca la luce, la riconosce. Perché alcune persone, anche quando non ci sono più, continuano a illuminare.
- Scrivi “per restare accanto a chi resta”. A chi pensavi davvero mentre scrivevi questo libro: a te stessa, a Rebecca o ai lettori che si riconoscono nel vuoto?
Morena: Pensavo a Rebecca, sempre. Ma strada facendo ho capito che stavo scrivendo anche per chi resta senza sapere come farlo. Forse per me, forse per chi leggerà. Credo che i libri più veri nascano quando non scegli un destinatario preciso, ma lasci la porta aperta.
- Nei tuoi testi c’è molta gentilezza, ma mai debolezza. Pensi che oggi la delicatezza sia una forma di coraggio, soprattutto nella scrittura?
Morena: Pensavo a Rebecca, sempre. Ma strada facendo ho capito che stavo scrivendo anche per chi resta senza sapere come farlo. Forse per me, forse per chi leggerà. Credo che i libri più veri nascano quando non scegli un destinatario preciso, ma lasci la porta aperta.
- Il libro “accarezza più che narrare”. Quanto è stato difficile trovare il confine tra dire e lasciare in silenzio, tra mostrare e proteggere?
Morena: È stata la parte più difficile. Ho scelto il silenzio ogni volta che una parola avrebbe potuto ferire. Ho imparato che non tutto va detto per essere vero. Alcune cose hanno bisogno di restare intatte, anche sulla pagina.
- Dopo premi, menzioni e antologie, senti che la scrittura è diventata parte stabile della tua vita o resta ancora un luogo intimo, quasi sacro, da non contaminare troppo?
Morena: La scrittura è diventata parte della mia vita, ma resta un luogo sacro. Non scrivo per produrre, scrivo per sentire. Se un giorno smettesse di farmi bene, mi fermerei. Finché mi cura, continuerò.
- Se questo libro potesse parlare direttamente a chi sta vivendo un’assenza simile alla tua, cosa vorresti che dicesse, senza promettere nulla ma restando lì?
Morena: Vorrei che dicesse: “Non sei solo. Non devi guarire in fretta. Puoi restare qui, così come sei.”Nessuna promessa. Solo presenza.
Quella con Morena non è sttat solo un'intervista , ma un dialogo intimo sul senso della scrittura, del ricordo e dei legami che continuano a esistere anche quando cambiano forma. Una voce che non cerca clamore, ma verità. E forse proprio per questo che arriva così diretta.
Eccomi Readers questo articolo finisce qui, ma la vera ribellione inizia quando scegliete cosa leggere dopo. Restate curiosi, un pò folli e tremendamente affamati di storie che lasciano il segno.





Nessun commento:
Posta un commento
Benvenuto/a nella mia vita ... lascia un commento, un giudizio e anche un opinione negativa se vi è... migliorarmi è il mio obbiettivo ^_^
Sarò felicissima di risponderti Ti aspetto!!!! e Grazie per aver fatto parte della mia Vita